Visualizzazione post con etichetta salute. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta salute. Mostra tutti i post

mercoledì 15 luglio 2009

Esami e controlli post-parto

Dopo mesi di attesa e l’esperienza del travaglio, il tuo bambino finalmente è venuto al mondo e per te, mamma, è un momento davvero magico; sentirlo piangere per la prima volta ti sembrerà un vero miracolo e non vedrai l’ora di stringerlo fra le tue braccia.
Subito dopo il parto, però, vi aspettano una lunga serie di esami per verificare che entrambi stiate bene, per questo è bene approfittare dei pochi giorni che si hanno a disposizione nel reparto maternità per cominciare a conoscere il tuo bambino e per riposarti.

I primi esami del neonato

Appena nato, mentre guardi il tuo bimbo che dorme tranquillo nella sua culla, la prima domanda della mamma è comune e comprensibile: “Come sta il mio bambino?”. Preoccupazione legittima, subito soddisfatta dal medico e dall’ostetrica i quali, nei primi minuti che seguono il parto, lo esaminano dalla testa ai piedi per verificare le sue funzioni vitali ed escludere eventuali complicazioni. Scopriamo insieme in cosa consistono i primi controlli del nostro piccolo.

- l’indice di Apgar: è un punteggio che valuta lo stato di salute del neonato al momento della nascita e viene calcolato al suo primo e quinto minuto di vita; a seconda del risultato ottenuto, la vitalità del bambino viene giudicata buona o media. L’indice ideale è di 10/10, il quale corrisponde ad un ritmo cardiaco superiore a 100, un pianto sonoro, buoni riflessi ed una pelle rosa. Fra 3 e 7, invece, significa che il bambino mostra segni di affaticamento, in quanto anche per lui il parto comporta un notevole sforzo. Questo esame è molto importante, infatti, nel caso in cui fosse negativo, il neonato viene subito condotto in rianimazione

- controllo del suo aspetto e della funzionalità degli organi

- esame neurologico: viene effettuato per osservare la forza muscolare e una serie di riflessi legati all’ipertonia naturale del bambino

- controllo della vista e dell’udito

- prelievo di sangue: viene effettuato un piccolo prelievo dal tallone; le gocce di sangue vengono assorbite su un particolare cartoncino, inviato poi in laboratorio per essere analizzato. Questo prelievo è indispensabile per verificare che il bebè non sia affetto da una malattia congenita (ipotiroidismo, fenilchetonuria, fibrosi cistica) sulla quale si può intervenire con successo solamente se riconosciuta tempestivamente

- in caso di eventuali dubbi da parte del medico, verrà effettuata una serie di esami più approfonditi durante la permanenza in maternità

I controlli della mamma

Subito dopo il parto, sentirai una grande fatica ed il tuo corpo avrà bisogno di recuperare energie: la permanenza nel reparto maternità è in media di 5 giorni, che ti saranno utili per farti aiutare dalle infermiere e per riposarti. Il tuo stato di salute verrà tenuto costantemente sotto controllo e sarai seguita minuto per minuto.

- per prima cosa verrà analizzato lo stato di benessere generale, eventuali perdite di sangue (lochiazione) e la funzione intestinale

- successivamente si procederà ad esaminare le condizioni di mammelle, capezzoli (che dovranno essere in grado di sopportare l'allattamento ed eventuali tiralatte) ed utero; si controlla la sutura e si rilevano temperatura, frequenza cardiaca e pressione arteriosa

- in caso di abbondante perdita di sangue durante il parto, viene misurata la concentrazione di emoglobina nei globuli rossi

- infine il medico si accerterà che non vi siano sintomi come febbre, dolore durante l’emissione di urina, vertigini, affanno, dolori al torace e ansia eccessiva

Dopo tutto questo, finalmente potrai stare con il tuo bambino e ricevere visite di parenti ed amici; anche se queste ti faranno senza dubbio piacere, non esagerare e approfittane per riposarti e passare dei momenti da sola con il tuo bambino Il rientro a casa avviene fin troppo presto e a breve potrai già portarlo a spasso con il suo passeggino!

mercoledì 15 aprile 2009

Corso preparto: consigli, tipologie e costi

Nel corso degli anni è indubbiamente cambiato il modo di vivere l’intero percorso della gravidanza.
In passato, infatti, la donna abitando in ambito familiare, veniva presto a conoscenza dei meccanismi che guidano questo lieto evento grazie al continuo confronto con le altre figure femminili presenti in casa.
Al contrario, nella famiglia di oggi composta solamente dalla futura mamma e dal futuro papà, la donna incinta si ritrova relativamente sola ad affrontare un’esperienza per lei del tutto nuova.
E’ proprio per questo motivo che sono nati luoghi d’incontro ed occasioni dove le donne in dolce attesa possono ritrovarsi e confrontarsi con le loro esperienze, i loro racconti, i dubbi e i timori.
Infatti, avere la possibilità di esprimere liberamente apprensioni ed aspettative, consente di sviluppare maggiore fiducia in se stesse e di ridurre notevolmente lo stress.

Perché iscriversi

Durante il periodo della gravidanza, soprattutto se si è in attesa del primo figlio, è comprensibile che nella futura mamma emergano timori ed ansie legati, ad esempio, alla paura del dolore e ai rischi del parto.
Proprio per questo, uno degli scopi principali dei corsi, è quello di insegnare alla donna a rilassarsi e a controllare l’ansia e la paura del travaglio, di acquisire una maggiore consapevolezza del proprio corpo e quindi anche del bambino, di conoscere le proprie risorse e i propri limiti.
Una forte tensione, infatti, potrebbe influire negativamente sull'utero, fino a rallentare il processo della nascita o a renderlo più difficoltoso. Per evitare che ciò accada, la futura mamma dovrà imparare a conoscersi meglio e a raggiungere una piena armonia con le proprie sensazioni fisiche, in modo tale che, al momento del travaglio, possa completamente collaborare con il proprio corpo piuttosto che considerarlo un nemico.
Bisogna essere consapevoli, però, che questi tipi di corsi non garantiscono un parto perfetto, ma permettono alla donna di riconoscere cosa sta succedendo dentro di lei.

A chi rivolgersi e costi

La futura mamma può scegliere di seguire il corso preparto sia in edifici pubblici come ospedali o consultori, oppure in quelli privati; l’importante è che si affidi sempre a strutture specializzate dove avrà la certezza di essere seguita da personale esperto e competente.

- ospedali dotati di reparto maternità: molto spesso si organizzano corsi riservati alle future mamme che solitamente iniziano verso il 6° mese e si sviluppano in otto-dieci incontri gestiti da personale ostetrico. Il corso prevede il pagamento di un ticket che varia dai 30,00 ai 100,00 euro circa

- consultori di zona: i corsi sono gratuiti

- centri privati come cliniche, palestre e piscine: propongono programmi personalizzati a seconda delle esigenze della mamma. La durata dei corsi è variabile, ma quasi tutti seguono la gestante durante tutto il percorso della gravidanza. Gli orari sono più elastici rispetto a quelli dei centri pubblici, ma i costi sono decisamente più elevati, da 200,00 a 600,00 euro

Quando iniziare?

Non esiste un momento migliore per iniziare un corso preparto. Infatti in alcuni ospedali o nei centri privati, gli incontri possono partire in diversi periodi della gravidanza: dal sesto, settimo mese, in altri casi addirittura soltanto le ultime nove settimane.
L’importante è ricordarsi di prenotare il corso con ampio anticipo in quanto, quasi sempre, è permessa l'iscrizione solamente ad un numero limitato di donne; di conseguenza conviene mettersi in lista per non rischiare di rimanere escluse.

Tipologie di corsi preparto

Esistono varie tipologie di corsi preparto, ognuno dei quali può sicuramente essere utile alla futura mamma purché condotto con professionalità e umanità.
Proprio perché la gravidanza non è un copione già scritto ed ognuna si distingue dalle altre, non esiste un corso migliore di un altro, poiché durante il parto è sicuramente più indicato seguire il proprio istinto e assecondare i ritmi e le esigenze dell’utero.
Ciò che conta, quindi, non è tanto la tecnica adottata durante il corso, quanto le finalità che esso persegue, ovvero permettere alla donna di arrivare in ottime condizioni sia psicologiche che fisiche al lieto evento.

Vediamole nel dettaglio le tipologie più diffuse:

- il training autogeno: è uno dei metodi più diffusi e si basa su tecniche di autosuggestione e respirazione per alleviare la tensione fisica ed emotiva. La futura mamma imparerà a rilassarsi concentrandosi sul calore e sul peso nelle diverse parti del corpo. Importantissima è la respirazione che contribuirà a diffondere una sensazione di calma nel corpo e nella mente

- lo stretching: è una ginnastica che aiuta a recuperare l'elasticità muscolare attraverso dolci movimenti. Il suo scopo è di trasmettere un completo relax psicofisico. Anche qui la respirazione è fondamentale, in quanto dovrà essere lenta e profonda. Gli esercizi di stretching sono preparatori al cosiddetto “parto attivo” praticato in alcuni ospedali e case di maternità, dove si offre alla donna la possibilità di muoversi come vuole e di cambiare posizione durante il travaglio: in pratica, la futura mamma potrà camminare, stare in piedi, sedersi, accovacciarsi e scegliere di partorire nella posizione che più riterrà opportuna e meno dolorosa secondo le sue sensazioni

- il metodo psicoprofilattico: comprende ginnastica prenatale, tecniche di rilassamento ed esercizi di respirazione. Questa tecnica ha l’obiettivo di allontanare il dolore, la paura e i dubbi e convincere la gestante a considerare le contrazioni come semplici stimoli utili all'espulsione e non come dolori. Per raggiungere questo obiettivo, si insegna ad abbinare ogni singola contrazione ad una respirazione calma e profonda, da praticare all'inizio della dilatazione uterina

- l'ipnosi: attraverso la suggestione si trasmette alla futura mamma un forte rilassamento, molto simile allo stato che precede immediatamente il sonno. Questa tecnica durante il parto può funzionare come una sorta di anestesia psichica ottenuta senza bisogno di dover ricorrere ai farmaci, nonostante i risultati siano variabili da persona a persona e in alcuni casi il ricorso ai farmaci è necessario

- lo yoga: nei corsi di preparazione al parto, attraverso esercizi di ginnastica, respirazione e concentrazione, lo yoga favorisce la presa di coscienza del proprio corpo; gli esercizi richiedono una concentrazione totale, che coinvolge mente e corpo. L'obiettivo è quello di aiutare la donna a riconoscere e ad accettare le sue sensazioni psicofisiche al fine di ritrovare serenità ed equilibrio.

Coinvolgete i papà!

Far seguire la gravidanza e la preparazione al parto anche al papà, è sicuramente un grande aiuto per la futura mamma, poiché in questo modo anche lui sarà consapevole di ciò che sta accadendo al corpo della sua compagna e ciò che succederà in sala parto.
Seguire insieme le lezioni del corso preparto, inoltre, risulterà utile anche a livello psicologico ed emotivo, in quanto unirà ancora di più la coppia e soprattutto non farà sentire il futuro papà escluso da un evento così importante.

martedì 14 aprile 2009

Svezzamento: come e quando iniziare?


Lo svezzamento è uno dei momenti più importanti nella crescita del bambino.
Questo è un momento di doppio passaggio che comporta uno sviluppo complessivo per il bambino.
Si tratta di uno sviluppo fisico, costituito dalla comparsa, accanto al latte, di altri alimenti, altri sapori, altri odori e dall’utilizzo dell’apparato digerente in maniera più complessa,affiancato a uno sviluppo e a un momento di crescita psicologica.
Il bambino che riceveva fino a quel momento nutrimento solo dalla mamma, con un contatto fisico molto forte, ora lo recepisce anche da altri agenti (questo aspetto, a volte, accompagna anche un piccolo trauma per molte mamme, impaurite da questo distacco che è del tutto naturale e non mina minimamente il rapporto con i propri figli).

Per l’inizio dello svezzamento non vi sono date e scadenze, ma dopo il 4° mese di vita, quando gli enzimi gastrointestinali (sostanze che permettono la digestione dei cibi) sono in grado di assimilare i nuovi alimenti, e non oltre il 6° mese, quando solo il latte non è più in grado di coprire il fabbisogno calorico, di ferro, rame e di altri minerali, si può intraprendere questa piccola grande avventura per mamma e bambino.

Oltre ai dubbi legati al momento più o meno adatto per iniziare lo svezzamento, è molto importante per una mamma , capire come procedere.
Sarà bene tenere in considerazione, prima di tutto, una regola fondamentale: non procedere mai per tappe rigide, non forzare troppo e non preoccuparsi degli “sgarri” alla tabella di marcia.
Il bambino proprio in questa fase comincia ad autoregolarsi, a conoscere sapori e consistenze e, di conseguenza, anche a scegliere; comincia, e continuerà sempre più, a provare voglia di mangiare determinati alimenti rispetto ad altri, man mano che li conoscerà, avrà predilezione per alcuni gusti e maggiori difficoltà con altri.

L’OMS consiglia uno svezzamento completo lungo, ovvero di affiancare comunque il latte fino ai 24 mesi, ma nei paesi industrializzati questo non avviene quasi mai.

All'inizio si dovrà procedere con l’introduzione, una sola volta al giorno, di frutta e della "prima pappa" ovvero il brodo vegetale.
In questo periodo è possibile introdurre un alimento nuovo ogni 5 giorni, esempio bieta, zucchina, zucca, fagiolini freschi (pochi), la scarola, il finocchio e tutte le verdure di facile digestione, da aggiungere alla preparazione del brodo vegetale.

Questa cadenza permetterà di non traumatizzare il piccolo, abituarlo e soprattutto constatare possibili allergie o intolleranze alimentari.

Per la preparazione del brodo vegetale :

Bollire patate, carote e zucchine (100 gr patate, 100 carote, 100 zucchine in un litro d’acqua, rimarranno circa 200 ml di brodo), non aggiungere mai sale.

Dal brodino si passerà, dopo poco più di un mese, alla "seconda pappa" (ovvero due nell'arco della giornata) aggiungendo crema di riso (circa 3 cucchiai) e a giorni alternati liofilizzato di carne.

Ingredienti: brodo vegetale
Crema di riso (circa 3 cucchiai colmi)
Liofilizzato di carne (mezza bustina). Dovranno essere introdotti quelli di carne bianca dopo 2-3 settimane, prima agnello e coniglio, per arrivare dopo i sette mesi al pollo, tacchino e prosciutto cotto.

Per il pesce è bene iniziare con quello di acqua dolce, come la trota che provocano solitamente meno allergie e poi passare a sogliola, spigola, merluzzo.
È invece meglio aspettare il primo anno per introdurre l’uovo, sempre ben cotto.


Quelli che abbiamo voluto proporvi sono dei piccoli accorgimenti generale, dieta, tempi e modalità di svezzamento personalizzati dipendono molto da ogni singolo bambino e vanno studiati e affrontati con l’aiuto del proprio pediatra.

Lo svezzamento è davvero una grande avventura, formativa in senso fisico e psicologico, per questo mamme e papà dovrebbero viverlo con serenità, sfruttando al massimo le occasioni per spronare il proprio piccolo, ma anche cercando di capirne segnali e gusti che man mano si faranno sempre più definiti.


Per aiutare i giovani genitori in questa che sembra un’impresa, oltre a tanta pazienza, esistono anche alcuni utili “aiutanti”, per rendere ogni momento leggero e divertente, dai tantissimi tipi di seggiolone coloratissimi e adatti anche per il riposino post- pappa, a cucchiai per la pappa sonori o i bavaglini con maniche, a prova dei bambini più vivaci!

mercoledì 1 aprile 2009

Svezzamento: guida e consigli sugli omogeneizzati

Terminata la fase di allattamento, durante la crescita del nostro bambino, arriva il momento di iniziare lo svezzamento ed è comprensibile chiedersi quali siano i prodotti più indicati da scegliere.
Se non sussistono problemi di allergia ed anche il nostro pediatra è d’accordo, possiamo acquistare gli omogeneizzati, ovvero degli alimenti per neonati confezionati in condizione sterile, a base di frutta, ortaggi o carne, direttamente pronti per l'uso.

Gli omogeneizzati sono molto amati da mamma e papà, poiché sono prodotti sottoposti a rigidi controlli, quindi sicuri, e sono alimenti pronti.
Essi, oltre a soddisfare le necessità alimentari dei bambini, rappresentano una soluzione nutrizionale ideale e sono salutisticamente consigliabili, in quanto:
- equilibrati nella loro composizione: sono prodotti completi che garantiscono un apporto completo a livello nutritivo
- precotti: sono cibi già preparati che consistono in alimenti ridotti in micro particelle che mantengono inalterate le proprietà nutritive iniziali
- sottoposti a severi controlli igienici e qualitativi
- di facile digeribilità: infatti, in mancanza dei dentini, i bambini possono deglutire gli omogeneizzati senza alcuni difficoltà

C’è da segnalare, però, che negli ultimi anni si è ridotto il consumo degli omogeneizzati sia per motivi puramente economici in quanto non si può negare siano costosi, sia per una presunta presenza di estrogeni.
In realtà, gli omogeneizzati sono il prodotto più sicuro per i bambini, addirittura quasi più del cibo fresco, in quanto la loro realizzazione e la loro vendita, in Italia, sono guidati dal Ministero della Sanità, il quale ha il compito di verificare che gli stabilimenti e i processi di produzione abbiano l'igiene e la sicurezza per garantirne la massima qualità.

Caratteristiche degli omogeneizzati

Tutti gli omogeneizzati sono studiati in modo da accertare un apporto equilibrato di sostanze nutritive e soprattutto altamente digeribili.
Come già accennato, per quanto riguarda la sicurezza della composizione, ogni vasetto è sottoposto a svariate verifiche. Inoltre non dimentichiamoci di verificare l’etichetta, la quale ha lo scopo di comunicarci ingredienti, quantità degli stessi e istruzioni per l'uso.
Un'altra caratteristica del vasetto, è la presenza dei valori nutrizionali che non devono mai mancare in quanto dobbiamo essere perfettamente consapevoli, al momento dell’acquisto, di quante proteine, grassi, zuccheri, vitamine e sali minerali vi siano all’interno.

Tipologie

Esistono diverse tipologie di omogeneizzati divisi per alimenti e per mese di somministrazione al neonato. Solitamente partono dal 4° mese, dal 6°, dall'8° fino ad arrivare al 10°/12° mese.

Frutta: insieme a quelli di verdura, sono i primi omogeneizzati che si danno al bambino. Per le vitamine, sali minerali e zuccheri, sono decisamente i più indicati. La frutta viene colta al punto giusto di maturazione, coltivata senza l'uso di concimi chimici o di fertilizzanti, integrata con vitamina C ed, infine, proveniente da colture costantemente controllate e situate lontano da possibili fonti di contaminazione.
La scelta è vasta, infatti troviamo mela, pera, banana, prugna, albicocca, oppure più frutti abbinati insieme. Per una pappa più veloce e completa, si può optare per gli omogeneizzati di frutta abbinati alle verdure come carote, fagiolini, piselli, zucchine e tantissime altre.

Carne: la carne utilizzata nella preparazione degli omogeneizzati proviene, come per la frutta, da allevamenti controllati e selezionati in zone lontane da fonti di inquinamento. Successivamente viene cotta con un getto di vapore surriscaldato ed omogeneizzata sempre a ciclo chiuso. Con questo procedimento si ottengono condizioni ideali di frammentazione della carne, assenza o minima presenza di sale, garanzia di sterilità ed igiene, eliminazione totale dell'aria per una migliore digeribilità e la completa assenza di conservanti, coloranti e altri additivi.
Gli omogeneizzati di carne vengono dati al piccolo verso il 10°/12° mese, ovvero quando ha necessità di aggiungere nella sua dieta più proteine e più ferro.
Si ha una grande varietà tra agnello, coniglio, pollo, tacchino, maiale, cavallo, manzo, vitello e addirittura esistono pasti completi, sempre sottoforma di omogeneizzati, come per esempio quelli composti da farina di riso con verdure e carne.

Pesce: un altro alimento nutriente per il bambino è il pesce, ricco di proteine e sali minerali. Sul mercato abbiamo tantissime varianti, come spigola, nasello, salmone, trota, merluzzo e orata, molto spesso accompagnate da verdure o patate.
Il pesce viene allevato e pescato in acque protette e rifinito a mano per eliminare impurità e lische; è importantissimo per apportare fosforo, iodio, proteine e acidi grassi polinsaturi, particolarmente utili per sviluppare il sistema nervoso.

Per la merenda: anche le merende omogeneizzate sono degli ottimi alimenti per lo svezzamento. Per apportare proteine e calcio, possiamo scegliere merende a base di latte con frutta.

Gli omogeneizzati, dunque, sono alimenti molto validi da somministrare, naturalmente sempre seguendo le indicazioni del pediatra ma con assoluta tranquillità, sebbene convenga comunque integrarli con alimenti freschi per fornire al bambino tutte le vitamine e le proteine di cui ha bisogno durante la crescita.
Infine, sarebbe preferibile evitare omogeneizzati contenenti sostanze come sale, aromi, albumina del latte e glutine, in quanto anche per gli omogeneizzati vale la possibilità di reazioni in soggetti allergici al latte vaccino o all’uovo, così come bisognerebbe evitare ogni forma di additivo come agglutinanti, conservanti e coloranti.

Gli omogeneizzati “fai da te”

Come accennato all’inizio, gli omogeneizzati che troviamo sugli scaffali dei nostri supermercati, sono degli alimenti completi per i nostri bambini ma, sfortunatamente, non proprio economici.
Per questo moltissime mamme preferiscono preparare in casa le “pappine” da dare ai loro piccoli piuttosto che acquistarle già pronte.
La procedura è semplicissima, l’importante è procurarsi un buon robot da cucina che omogeneizzi e successivamente degli ingredienti sani e genuini.
Al giorno d’oggi sono molti i pediatri che invitano le mamme a considerare la possibilità di cucinare da sé i pasti per i propri piccoli, in quanto è un piccolo gesto d’amore che non costa molto, soprattutto in termini economici: infatti in breve tempo si recupererebbe il costo iniziale dell’omogeneizzatore risparmiando sull’acquisto dei vasetti già pronti.

Per preparare un ottimo omogeneizzato di frutta, ad esempio, basta lavare bene un frutto (sceglietelo in base all’età del vostro bambino), togliere la buccia, tagliarlo in pezzettini ed infine introdurlo dentro l’omogeneizzatore che si usa come un normale frullatore. Ricordatevi di aggiungere un po’ d’acqua affinché si formi un po’ di vapore.

martedì 31 marzo 2009

Amniocentesi: le 5 domande fondamentali


Dopo la gioia e l’emozione della notizia della gravidanza, la prima preoccupazione dei genitori è quella di sapere se il loro bambino sarà sano.

L’amniocentesi è una di quelle indagini parentali invasive che indagano la struttura del DNA per individuare eventuali disfunzioni che pregiudicheranno poi la vita del bambino.

Cosa?
Prima di effettuare l’esame vero e proprio la paziente sarà sottoposta a una ecografia per rivelare età del feto e quantità di liquido amniotico (le cosiddette “acque” che circondano il feto durante la gravidanza), dopodichè verranno prelevati circa 20 ml di liquido tramite una puntura nell’addome della mamma.

Solitamente non viene somministrata anestesia e la mamma può tornare a casa immediatamente, anche se i medici consigliano un periodo di 24-48 ore di controllo della temperatura corporea.
I rischi maggiori sono legati a una possibile infezione del liquido amniotico, una sua eccessiva perdita o, nei casi più gravi all’aborto (le percentuali sono comunque bassissime, l’amnioocentesi determina un aborto in un caso su 100-200).

Quando?

Secondo il periodo di gravidanza in cui viene effettuato si distinguono amniocentesi precoce (tra la 16° e la 18° settimana) o tardiva (dopo la 20° settimana).

Dove?
Il prelievo del liquido amniotico è un intervento invasivo e molto delicato, per questo manualità ed esperienza sono determinanti e da tenere in grande considerazione.
Dopo un serio consulto con il proprio medico curante, è importante cercare una struttura specializzata , pubblica o privata, per non incorrere in pericolosi inconvenienti.

Perché?
L'esame viene proposto per indagare eventuali anomalie cromosomiche a quelle pazienti che:

hanno superato i 35 anni (38 anni in Francia), soprattutto per i rischi collegati alla Trisomia 21 (sindrome di down). • hanno visto aumentare lo spessore della translucenza nucale • hanno individuato difetti fetali strutturali attraverso l’ecografia • hanno avuto già figli affetti da anomalia cromosomica • hanno genitori portatori di alterazioni cromosomiche • hanno contratto malattie infettive (citomegalovirus, parvovirus B19...) • hanno registrato infiammazioni dell’utero

Nell’amniocentesi i parametri considerati sono legati ai livelli di:
creatinina: riflette lo sviluppo e funzionalità del rene;
bilirubina: per segnalare anemie o incompatibilità di gruppi sanguinei;
lecitina/sfingomielina: questo rapporto indica lo sviluppo corretto dei polmoni e, soprattutto in caso di parti precoci, la capacità del bambino di poter respirare autonomamente.
• alcuni ormoni steroidei: a seconda del tipo di ormone si può valutare lo stato complessivo di sviluppo di feto o placenta.

Infine come già detto viene eseguito l’esame delle cellule sospese nel per indagini citogenetiche sulla struttura del DNA o per rilevare eventuali anomalie metaboliche ereditarie.

Chi?
L’invasività e i rischi, benché minimi, legati all’amniocentesi, lo rendono un esame fuori dalla routine, a differenza dell’ecografia, ma che deve essere preso in considerazione in base alle condizioni della madre.


Il rapporto medico-paziente è, come sempre, fondamentale.
Il medico dovrà, prima di tutto, informare correttamente la paziente su l’opportunità o meno di svolgere l’esame, illustrandone le modalità d’esecuzione, i rischi e i benefici, sia in generale, considerando le statistiche, sia, e soprattutto, valutando il caso specifico della singola paziente.
Dovrà poi aiutarla a superare alcuni luoghi comuni, come quelli legati all’età o ai rischi.

Dopo i 35 anni l’amniocentesi non è, comunque, obbligatoria e quelle legate alle percentuali di rischio, non valutabili in assoluto, ma solo caso per caso.

Sarà dunque ciascun medico in rapporto a ciascuna paziente a valutare come e dove effettuare l’esame, assicurando la massima assistenza prima e dopo l’esame stesso e indirizzando, laddove possibile, la paziente vero la struttura più idonea e sicura.

mercoledì 18 marzo 2009

Gli esami da effettuare durante la gravidanza

Durante il periodo della gravidanza, è importante effettuare una serie di esami per monitorare l’andamento della gestazione e soprattutto per verificare la salute del feto e quella della madre.
Questi esami, infatti, forniscono il maggior numero possibile di informazioni sul feto stabilendo se sia sano geneticamente e, di conseguenza, rassicurano i genitori sulla buona salute del bambino che sta per nascere.
La maggior parte di queste analisi sono estremamente semplici e comportano pochi fastidi sia alla madre che al feto, per questo viene consigliato di effettuarli, anche perché sono in grado di rilevare e quindi di curare tempestivamente alcune patologie o addirittura diagnosticare l’eventuale presenza precoce di altre. Solamente per le donne che hanno superato i 35 anni o in casi particolari di familiarità inerenti a malattie cromosomiche, vengono prescritte in aggiunta delle analisi cromosomiche prenatali.

Prima della gravidanza

Quando si decide di avere un bambino, è consigliabile eseguire degli esami per verificare lo stato di salute generale oppure per riconoscere l'esistenza di eventuali patologie preesistenti alla gravidanza, come ad esempio l'anemia, il diabete od eventuali malattie infettive.
Esami del sangue: di base si effettuano emocromo, anticorpi e citomegalovirus, epatite B e C. Inoltre è necessario l’esame per stabilire il gruppo sanguigno e il fattore RH.
Esami ginecologici: sono utili per accertare l’assenza di malattie e malformazioni che potrebbero influenzare negativamente il decorso regolare della gravidanza (ad esempio malformazioni dell’utero, cistiti o fibroma).
Esame dell’HIV: è il test che dimostra la presenza nel sangue di anticorpi contro il virus dell'AIDS.
Rubeo test: rileva la presenza nel sangue di anticorpi contro la rosolia.
Toxo test: serve per accertare la presenza o meno di anticorpi contro la toxoplasmosi.

Durante il primo trimestre di gravidanza

Test di gravidanza: quelli attualmente presenti in commercio sono molto sensibili e sicuri, facili da usare e piuttosto attendibili. In caso di esito positivo, occorre fissare un appuntamento ginecologico per avere la conferma dell’avvenuta gravidanza.
In alternativa è possibile fare effettuare il test ad un Laboratorio di analisi, consegnando al laboratorio stesso un campione di urina.
Prima ecografia: rientra negli esami di routine della futura mamma, di conseguenza è esente da ticket. Va eseguita entro la 12° settimana per mezzo di una piccola sonda endovaginale a multifrequenza.
La prima ecografia è molto importante in quanto ha vari scopi, ovvero:
- controllare che il feto sia vivo
- accertare che la placenta sia inserita correttamente
- effettuare le prime misurazioni degli arti e la presenza degli organi vitali
- stabilire la data presunta del parto tramite la misura dell’embrione e controllando che le sue dimensioni corrispondano effettivamente alla data dell’ultima mestruazione indicata dalla gestante
- controllare che il battito cardiaco del feto sia regolare
- individuare l’eventuale presenza di gemelli
- stabilire che non si tratti di una gravidanza extrauterina
La prima ecografia, inoltre, nel 60% dei casi, consente di rivelare eventuali malformazioni cardiache e anomalie cromosomiche, anche se non è l’esame più preciso per questo genere di accertamenti.

In aggiunta agli esami di base appena descritti, è possibile effettuare ulteriori accertamenti facoltativi.

Translucenza nucale: permette di calcolare il rischio di anomalie cromosomiche del feto attraverso la misurazione ecografica della parte posteriore della nuca del bimbo. E’ un esame immediato e gratuito.
Duo-test: viene eseguito di solito in abbinamento all’esame della translucenza nucale ed ha lo scopo di accertare sempre a livello ‘probabilistico’ l’assenza di eventuali anomalie cromosomiche. Consiste in un prelievo del sangue privo di qualunque effetto collaterale per il feto.
Villocentesi: è un esame gratuito e consiste nel prelievo di frammenti di villi coriali, ovvero delle sottili protuberanze di tessuto placentare. Il prelievo viene effettuato inserendo un sottilissimo ago nell'utero attraverso la pancia della gestante. Anche questo esame permette di scoprire eventuali anomalie cromosomiche ed è consigliato per le donne al di sopra dei 35 anni.
Questo esame comporta un rischio di aborto spontaneo dell' 1-3%.

Durante il secondo trimestre di gravidanza

Analisi: almeno una volta nel corso del secondo trimestre vanno eseguiti emocromo, rubeo test, toxo test ed esame delle urine.
Seconda ecografia o "morfologica": viene effettuata tra la 19° e la 22° settimana e anche questa ha lo molteplici funzioni, infatti è indicata per:
- accertare il regolare sviluppo del feto tramite un’indagine su tutti gli organi del bambino per escludere eventuali malformazioni
- verificare la posizione della placenta nell’utero
- verificare la quantità di liquido amniotico
Inoltre, è in seguito a questo esame che i genitori che lo desiderano possono conoscere il sesso del piccolo.

In aggiunta agli esami di base appena descritti, è possibile effettuare ulteriori accertamenti facoltativi.

Amniocentesi: questo test consiste nel prelievo di una piccola quantità di liquido amniotico, il liquido in cui è immerso il feto, all’interno del quale sono presenti le cellule di sfaldamento, ossia le cellule che spontaneamente si staccano dal corpo del bambino, dalla pelle o dalle mucose.
Il prelievo viene effettuato inserendo un sottilissimo ago nell'utero attraverso la pancia della gestante; anche questo accertamento serve per escludere la possibilità di anomalie cromosomiche o malattie metaboliche. Dopo l’esame è bene riposarsi a letto per qualche ora e seguire le indicazioni fornite dal proprio medico curante
Come la villocentesi, comporta un rischio di aborto spontaneo dell' 0,5-1%.
Tritest o “ultra-screen”: è totalmente privo di rischio per il feto e consiste in un prelievo di sangue che consente di analizzare le sostanze emesse dal feto nella placenta.

Durante il terzo trimestre di gravidanza

Analisi: ripetizione di epatite B e C ed esami sulla coagulazione del sangue per eventuali anestesie al momento del parto.
Terza ecografia o "biometria": viene eseguita tra la 30° e la 32° settimana ed ha la funzione di confermare la regolare crescita del feto. Inoltre consente di studiare lo sviluppo del sistema nervoso centrale e degli organi fondamentali, come ad esempio il rene.
Tampone vaginale e urocultura: si effettua alla fine dell’ottavo mese per escludere al presenza di streptococco beta emolitico di gruppo B, un batterio che potrebbe contagiare il feto al momento della nascita. Se l'esame rileva la presenza dello streptococco (che di solito non dà alcun sintomo alla madre), si esegue una profilassi antibiotica alla donna durante il travaglio ed eventualmente al neonato.

Da evitare durante la gravidanza

Per evitare danni al feto, bisognerebbe non assumere farmaci soprattutto durante il primo e il terzo trimestre di gestazione ed inoltre non andrebbero mai fatte, salvo eccezioni per i casi particolari, le radiografie.
Per piccoli dolori, influenze, raffreddori, mal di denti, si può tranquillamente assumere il paracetamolo, una sostanza che, in piccole dosi, non presenta controindicazioni per le donne in dolce attesa.

mercoledì 11 marzo 2009

Insonnia del bambino: perché il mio bambino non riesce ad addormentarsi?

Il bambino, nei primi mesi di vita, ha una percezione del sonno-veglia decisamente diversa rispetto a quella dell’adulto, in quanto non conosce ancora la differenza fra il giorno e la notte.
Il suo ritmo, infatti, è indipendente dall’ambiente ma è regolato dalle sue esigenze primarie come la fame e la sete. Di conseguenza, per i primi mesi, la mamma dovrà cercare di adattare i propri ritmi a quelli del piccolo.
Solamente più avanti, verso il quinto mese, il bambino inizierà ad adattarsi progressivamente ai ritmi esterni e a regolari abitudini che lo aiuteranno a concentrare il sonno nelle ore notturne.

Durante l’infanzia, però, può accadere che il neonato presenti difficoltà ad addormentarsi oppure abbia continui risvegli notturni. Questo accade perché nel lattante il sonno è un processo in evoluzione, perciò è molto facile che durante i primi mesi venga colpito da insonnia.

L’insonnia è un fenomeno molto diffuso fra i neonati. Generalmente si manifesta con l’incapacità del bambino ad addormentarsi o riaddormentarsi in maniera autonoma. La maggior parte dei problemi legati all’insonnia sono transitori e tendono a risolversi spontaneamente con il passare del tempo.
In questa situazione, cercate di non lasciarvi prendere dal panico o dall’angoscia e provate a comprendere le cause che portano il neonato a svegliarsi durante la notte, ma soprattutto sarà vostro compito rassicurarlo con comportamenti ed atteggiamenti che non lo facciano ulteriormente agitare.

Come si manifesta?

L’insonnia del neonato viene diagnosticata quando compare per almeno tre notti a settimana uno dei seguenti sintomi:

- difficoltà ad addormentarsi per un tempo indicativamente maggiore di 45 minuti
- risvegli multipli con oltre 30 minuti necessari per riaddormentarsi
- risvegli precoci

Esistono due tipi di insonnia: quella agitata e quella calma.
Nel primo caso il piccolo non riesce a stare fermo e si muove costantemente, mentre nel secondo caso è praticamente immobile con gli occhi aperti. Proprio quest’ultima tipologia è anche quella più grave, in quanto può nascondere una probabile malattia a livello psichico.

Quali possono essere le cause?

Durante il primo anno di età, non esiste un’unica causa da attribuire a questo disturbo, infatti possono essere molteplici, da fattori genetici a problemi di relazione bambino-genitori, da cause organiche a problemi psicosociali. Vediamo nel dettaglio le varie ipotesi:

- il neonato ha assunto cibo e bevande in quantità eccessive durante la notte: di conseguenza l’addormentamento iniziale e successivo ai risvegli notturni avviene solamente in associazione con eccessiva quantità di liquidi o di alimenti.

- piccole coliche durante i primi mesi di vita: l’insorgenza delle coliche potrebbe portare ad una disfunzione dei processi di maturazione del ritmo sonno-veglia; inoltre, nel periodo subito dopo la colica, si potrebbe instaurare un disturbo del sonno caratterizzato da risvegli multipli nel corso della notte oppure con riduzione della durata totale del sonno. Questo avviene in quanto questi bambini durante i primi mesi, sono facilmente irritabili e sensibili ai cambiamenti dell’orario di addormentamento, di conseguenza è importante praticare una corretta igiene del sonno

- disturbi di inizio del sonno per associazione: può accadere che il bambino associ il momento appena prima di addormentarsi a rituali fissi (presenza della mamma insieme a lui, una ninna nanna, una carezza), per questo se durante la notte si dovesse risvegliare e non ritrovare le stesse condizioni presenti al momento precedente dell’addormentamento, è improbabile che riuscirà a prendere nuovamente sonno

- allergia: il neonato potrebbe essere allergico alle proteine del latte o ad altri sostanze allergene alimentari. La sintomatologia è simile a quella delle coliche, con la differenza che scompare con la semplice rimozione dell’alimento

- lo stato emotivo della madre: madre e figlio vivono un rapporto simbiotico, quindi se la mamma sta vivendo un conflitto interiore, oppure non è serena, il piccolo se ne accorge e durante la notte non riuscirà a dormire serenamente. La mamma dovrà quindi agire in base a ciò che è meglio per lei, che di conseguenza sarà anche ciò che è meglio per il suo piccolo

- il caos: è probabile che il disordine e la confusione creata da troppe persone che si trovano in casa, oppure i continui spostamenti ai quali il bambino viene sottoposto, lo agitino a tal punto da non renderlo tranquillo

Cosa (non) fare?

Innanzitutto è importante conoscere i principi basilari di igiene del sonno dell’infanzia e soprattutto quali sono le comuni abitudini scorrette che possono instaurare o cronicizzare un problema di insonnia nei bambini, come ad esempio:

- cullarlo in braccio finché non si addormenta
- fargli il bagnetto prima di andare a letto, in quanto nel piccolo è uno stimolo eccitante
- somministrare tisane o camomilla prima di farlo dormire
- dare da bere o allattarlo durante l’addormentamento

Per migliorare il sonno del bambino spesso è sufficiente intervenire su queste abitudini di vita e sui fattori ambientali (il rumore, la temperatura e la luce nella stanza, ecc.), applicando i principi di igiene del sonno, ovvero:

- aiutare il bambino ad associare il sonno con il suo lettino
- mantenere costanti gli orari di addormentamento e risveglio
- mandare il bambino a dormire già sazio

In rari casi, può succedere però che il disturbo persista; in questi casi è opportuno prendere nota di qualsiasi comportamento insolito nel piccolo o dei cambiamenti che possono derivare dalla mancanza di sonno e parlarne con il pediatra o medico che saprà dare i giusti consigli.

mercoledì 4 marzo 2009

Allattamento al seno: consigli e suggerimenti per un dolcissimo momento!

L’allattamento al seno è il gesto più naturale e spontaneo per una mamma, in quanto sarà proprio il suo istinto a guidarla nella direzione giusta.
Allattare il proprio bambino è importantissimo, poiché gli assicurerà tutto ciò di cui ha bisogno per nutrirsi, difendersi da germi e batteri e soprattutto lo aiuterà a crescere seguendo un corretto sviluppo fisico, mentale, sociale ed emotivo.

Tutte le donne, salvo eccezioni particolari, possono allattare il loro bambino per almeno 4/6 mesi e, se lo desiderano, possono continuare finché il piccolo lo richiede, integrando al latte materno un’adeguata alimentazione solida.
Idealmente si inizia ad allattare già in sala parto e comunque è importante farlo entro le prime ore dalla nascita per stimolare la montata lattea e soprattutto per far assumere al bambino il colostro, liquido ricco di nutrienti particolari ed anticorpi.

Le regole generali

Relax: durante l’allattamento è importante essere rilassate e riposate, soprattutto nelle prime settimane dopo il parto; per questo, se possibile, richiedete l’aiuto del vostro compagno o di familiari.

Comodità: sia la mamma che il piccolo devono cercare di essere sempre comodi e rilassati, questo perché qualsiasi sia la posizione scelta durante l’allattamento, vi porterà a tenere il bambino vicino al seno per molto tempo. La comodità, quindi, è fondamentale! Inoltre ricordatevi sempre si proteggere schiena, braccia e gambe con adeguati sostegni, come ad esempio cuscini, poggiapiedi o braccioli.

Coccole: a volte può succedere che il bambino abbia sonno o magari sia un po’ agitato per vivere il momento dell’allattamento con il giusto relax. Per risvegliare il suo appetito, provate a coccolarlo con dolci carezze, vedrete che si calmerà e tornerà a mangiare serenamente.

Igiene del seno: un altro fattore importantissimo è mantenere il seno ben pulito, sia per evitare di trasmettere infezioni al bambino, sia per prevenire le ragadi. Per l’igiene locale, dal momento che il latte ha già un sufficiente potere antibatterico, vi basterà detergere il seno con semplice acqua e sapone ed asciugare poi delicatamente, senza usare salviettine intrise di detergenti intimi che tendono a rimuovere i grassi naturali della pelle e ad interferire con l’orientamento olfattivo del bambino verso la fonte del nutrimento.

Scegliere la posizione giusta

Si può allattare in diversi modi, ogni mamma piano piano troverà la sua posizione ideale.

Da sedute: scegliete una sedia, un divano o una poltrona, l’importante è che la vostra schiena sia sempre ben dritta. Adagiate il piccolo sul braccio, facendo in modo che la sua testa appoggi sulla piega del gomito in modo tale che non sia costretto a girare la testa per arrivare al seno. Infine assicuratevi che la sua schiena e la sua testa siano allineate.

Da sdraiate: se preferite mantenere una posizione sdraiata perché vi sentite affaticate oppure sentite dolore, per esempio, a causa dei punti di sutura in caso di parto cesareo, mettetevi sul letto distese sul fianco con l’aiuto di qualche cuscino. Fate sdraiare il bambino sul fianco e rivolto verso di voi, con la bocca all’altezza del capezzolo e sostenendolo.

Posizione "rugby": questa posizione, meno diffusa ma particolarmente indicata in caso di ingorgo mammario, è così chiamata perché il corpo del bambino viene tenuto sotto l'ascella della mamma con un braccio, mentre il capo è sostenuto con l'altra mano, proprio come un pallone da rugby.

Qualsiasi sia la posizione scelta, ricordatevi sempre di:
- tenere il bambino in una posizione laterale, rivolto con il suo pancino verso il vostro petto o la pancia;
- far in modo che il suo nasino sia all’altezza del capezzolo;
- sorreggere sempre la schiena del bambino e non la sua testa, per non tenerla bloccata in alcuna posizione;
- tenere il bambino molto vicino a voi, in modo che non debba aggrapparsi con la bocca al capezzolo rischiando quindi di danneggiarlo.

L’attaccamento al seno

Una volta trovata la posizione più adatta a voi, portate il piccolo al seno e mai viceversa: infatti, quando avrà la percezione del capezzolo vicino al suo viso, gli verrà naturale attaccarsi all’areola.
Offrite il seno al bambino tenendo il dito indice al di sopra dell'areola, in modo da impedire che la mammella poggi contro il suo naso, ed il dito medio al di sotto, in modo da far protendere maggiormente il capezzolo.

Durante l’allattamento, ricordatevi di non utilizzate gli stessi movimenti dell’allattamento al biberon, in quanto rischiereste di aumentare la difficoltà del vostro bambino di aggrapparsi alla mammella. Inoltre, non preoccupatevi di tenere il nasino del piccolo libero, poiché se è ben posizionato, vedrete che respirerà senza fatica; infatti, se userete le mani con lo scopo di aiutarlo a respirare, si rischia di modificare la forma del seno e diminuire quindi la sua presa.

Infine, per capire se il vostro bambino è attaccato al seno in modo corretto, possiamo suggerirvi alcuni piccoli accorgimenti:
- il suo naso e il suo mento toccano il seno
- la sua mascella si muove fino all’orecchio
- la sua bocca è ben aperta e ha le labbra rovesciate in fuori senza succhiarsi il labbro inferiore
- tra le labbra del bambino ed il vostro seno, si intravede la sua lingua
- il piccolo comprime leggermente l’areola senza fare sforzo con le labbra e la bocca
- non provate dolore

Ad ogni pasto, attaccate il bambino ad entrambe le mammelle, iniziando dal lato che è stato utilizzato per ultimo nella precedente poppata, per circa 10-15 minuti da un seno e 10-15 minuti dall’altro.

Quando allattare e quante volte?

I neonati, nelle prime 24 ore di solito, dormono moltissimo e mangiano poco, anche solo 2 o 3 volte; solo tra le 24 e le 72 ore di vita iniziano a sentire fame più frequentemente e talvolta può capitare che mangino anche 13 volte al giorno!
Se il bimbo chiede spesso il latte, è perché ne ha bisogno e non per vizio. Inoltre, l’elevata frequenza delle poppate nei primi giorni di vita consente non solo a madre e figlio di attuare un’utile pratica in attesa della montata lattea, ma anche di anticipare quest’ultima di 12-24 ore: la suzione, infatti, è il più potente stimolo alla produzione di latte.

Il numero delle poppate non deve essere rigido: all’inizio, infatti, si consiglia indicativamente di allattare il bambino a richiesta, circa 6-7 volte al giorno nella prima settimana per poi arrivare a 5-6 volte dal primo al terzo mese con intervallo notturno per concedere un sufficiente riposo alla madre.
Infine, ricordatevi sempre che orari e quantità vengono spesso stabiliti dal bambino in grado di autoregolarsi in base ai suoi bisogni ed alle sue necessità.

martedì 3 marzo 2009

Dieta e allattamento: un legame imprescindibile!

L’importanza dell’allattamento al seno è una delle recenti ri-scoperte di mamme e pediatri, che sottolineano quanto questa pratica abbia notevoli risvolti sulla salute e sull’equilibrio psico-fisico di neonati e bambini.
L’allattamento al seno permette il passaggio di tutti i principi nutritivi, necessari alla crescita sana ed equilibrata del bambino, e di tutti quegli anticorpi fondamentali per la costruzione di un sistema immunitario forte e completo.

Il latte materno è direttamente collegato, aldilà delle credenze popolari, al nutrimento della mamma, ed è per questo che non si può prescindere da una corretta, sana ed equilibrata alimentazione.

Il fabbisogno energetico
Dobbiamo ricordarci che una donna che allatta, inevitabilmente, richiede un fabbisogno energetico maggiorato proporzionalmente alla quantità di latte prodotto.
Il valore energetico medio del latte umano è di 65-70 kcal/100 g. e quindi mediamente si può affermare che una donna che allatta richieda almeno 500 kcal in più rispetto ad una donna che non allatta.

Non è (sempre) vero che
Parlando di alimentazione e allattamento, per iniziare si possono sfatare alcuni luoghi comuni che rischiano, quando non danneggiano mamma e bambino, di accrescere lo stato ansioso attorno a questa naturalissima pratica.
Insomma, non è vero che:
occorre che la madre si preoccupi di bere oltre la sete che sente, infatti, il rene della madre è capace di risparmiare acqua, riducendone il volume emesso con le urine
vi sono alimenti che «sciupano» il latte, alcuni, in realtà possono dare un «sapore» diverso al latte, abituando così il bambino a diversi sapori, che il bambino potrebbe anche apprezzare.
esistono alimenti che «fanno latte», è il mangiare correttamente che fa lavorare bene la ghiandola mammaria. Inutile quindi, bere grandi quantità di latte o di birra (in questo caso bisogna non sottovalutare il suo contenuto alcolico, realmente dannoso per mamma e bambino)
se non si seguono orari rigidi si rischia di dare cattive abitudini o di danneggiare lo stomaco del bambino.
il bambino non sappia regolarsi da solo
se il bambino non fa il ruttino, è segno che non ha digerito (il ruttino è solo il rumore della fuoriuscita dell'aria nello stomaco, non ha niente a che vedere con la digestione!)

Di cosa si dovrebbe limitare o evitare l’assunzione?
Sfatati i luoghi comuni e ribadito il fatto che una dieta equilibrata e variata va bene non solo durante l’allattamento ma sempre nella vita di ogni individuo, in questo particolare periodo si può dedicare maggiore attenzione ad alcuni alimenti evitandone altri.

spezie e aromi particolarmente forti, in maniera continuativa, oppure aglio, acciughe, ketchup, asparagi, cipolle, curry, gorgonzola, peperoni, zenzero e spezie piccanti, possono conferire un sapore altrettanto forte al latte che potrebbe infastidire il piccolo allontanandolo e limitando la “voglia” di assumerne.
alcuni tipi di carne insaccata e selvaggina, crostacei e molluschi, uova o carne conservata (spesso ricca di nitriti e nitrati, potenzialmente pericolosi per il bambino) dovrebbero essere assunti con moderazione.
fagioli, frullati, lieviti e latticini o le bevande gasate (da evitare anche perché spesso contengono caffeina o altri eccitanti che danneggiano il neonato) per evitare la formazione di gas nello stomaco che provoca le famose “coliche” dei piccoli.

Per evitare possibili reazioni allergiche (specie se in famiglia ci sono già persone sensibili) andrebbero evitati:
• fragole, agrumi, banane, ananas, lamponi, avocado • pomodori, spinaci, fecola di patate • arachidi, noci, nocciole, mandorle • fave, piselli, ceci, lenticchie, fagioli • albume, formaggi, yogurt, lievito di birra • cioccolato, insaccati, alimenti in scatola, dadi per brodo • crostacei, frutti di mare, pesce conservato

Ma allora cosa si mangia?
L’allattamento deve prevedere, come detto, un aumento dell’apporto nutrizionale nella dieta
della mamma, dunque, fatta memoria degli alimenti da evitare, non occorre lesinare in proteine, carboidrati fibre e vitamine!
latte e latticini saranno fondamentali per l’apporto di calcio, fosforo e vitamina A.
pesce, uova (laddove non ci siano allergie particolari) e carne contribuiranno invece a coprire il fabbisogno di acidi grassi ed amminoacidi essenziali, ferro, minerali e alcune vitamine.
frutta, verdura, legumi e cereali contribuiranno, infine, a completare il quadro nutrizionale, soddisfacendo le richieste di fibre, vitamine e oligoelementi.

Maggiore attenzione agli zuccheri ricchi di calorie, ma non di valori nutrizionali.
Alimenti freschi o surgelati, ma preparati con metodi di cottura semplici evitando intingoli, fritture e grigliature (tanto più nocive quanto maggiori sono le parti carbonizzate dell’alimento) e condendo tutto con oli vegetali da consumare a crudo.

Infine anche se non è corretto sottoporsi a sforzi per apportare liquidi, l’assunzione di acqua a forte carica calcica è consigliata durante tutto il periodo della gravidanza e dell’allattamento, assumendo almeno 2 litri di acqua al giorno.

Una piccola notazione per incoraggiare e rincuorare le mamme nostrane: la dieta mediterranea, oltre a prevenire e proteggere da ipertensione, diabete, obesità e tumori, è indicata per le donne in gravidanza e durante l’allattamento per il suo forte apporto di minerali e vitamine.
Cereali, frutta, verdura e olio d’oliva che caratterizzano la dieta mediterranea, ricca di composti antiossidanti e di vitamine C ed E avrebbero, appunto, importanti effetti antinfiammatori sia per la mamma che per il nascituro anche nei confronti di allergie, riniti allergiche e asma.

Insomma, aldilà dei piccoli consigli qui riportati, durante la gravidanza, l’allattamento e la crescita dei nostri bambini, occorre ricordare che sono fondamentali tre cose: un costante controllo medico, senza per questo cadere in un’ansia ipocondriaca, il confronto con chi ha più esperienza, come altre mamme e l’istinto innato delle neo-mamme, che in virtù del loro speciale legame con il bambino riuscirà a valutare anche le reazioni legate al cibo e quindi ad adeguare la propria dieta.

martedì 24 febbraio 2009

Crosta Lattea

Crosta lattea è il nome comune della dermatite seborroica, molto diffusa tra i neonati (da non confondere con la dermatite atopica).

Le cause e origine specifiche di questo disturbo ancora non sono del tutto chiare, lo stesso nome fa capire come in passato si credesse questo fenomeno legato all’alimentazione del neonato piuttosto che a sollecitazioni ormonali che portano all’eccessiva produzione di sebo (grasso).

Questo tipo di eczema si manifesta con una desquamazione grassa di colore giallastro, molto simile alla forfora fin dalle prime settimane di vita, ma può anche insorgere, in modo assai fastidioso, verso l'undicesimo anno di età.
Le zone interessate sono solitamente il cuoio capelluto, la regione gabellare, ovvero la zona delle sopracciglia, il centro del volto e le zone dietro l’orecchio.
Alcune manifestazioni possono esserci anche nella zona inguino-anale, probabilmente collegate alle possibili irritazioni da urine e feci frequenti nei neonati.

La crosta lattea regredisce spontaneamente nel giro di poche settimane o mesi, non comporta prurito o altri problemi per la salute del bambino.

Per pulire il piccolo durante la manifestazione e la presenza delle crosticine e squamette tipiche della crosta lattea, è utile ammorbidire le crosticine stesse, presenti nelle zone interessate, con prodotti per bambino emollienti, dell’olio, consigliato quello di mandorla, o una soluzione di bicarbonato (un cucchiaino per 250 ml di acqua bollita) massaggiando lievemente l'area affetta (più frequentemente la testa) e rimuovendo le squamette con un pettine a denti stretti e un batuffolo di cotone.

Nei bambini più grandi si può utilizzare uno shampoo antiseborroico al solfuro di selenio, allo zolfo o all'acido salicilico.
Dopo l'asportazione delle squame, potrà essere utile l'applicazione di pomate all'idrocortisone allo 0,5-1%, due o tre volte al giorno. Se sono presenti lesioni delle pieghe, si può procedere a dei lavaggi delle zone colpite con una soluzione acquosa al 5% di ipoclorito.

Ricordiamo che la crosta lattea non deve essere considerata come una malattia, va tenuta in considerazione e affrontata con l’uso di prodotti specifici e trattamenti mirati, ma non è riconducibile all’igiene del bambino, per cui, mamme e papà non hanno nulla da rimproverarsi per le loro cure!

martedì 20 gennaio 2009

Cicciobello ? Quando il rischio è l’obesità neonatale!

In Italia il 36% dei bambini è obeso o in sovrappeso e già a rischio di malattie cardiovascolari.

Il dato, come oramai ci viene ricordato da più fonti, aumenta nell’età adulta può essere contrastato fin dal primo anno di vita.

Attenti, dunque, ai chili di troppo sin dalla primissima infanzia. Anche in questo caso, come per tutto ciò che riguarda i neonati e i bambini, bisogna cercare un compromesso tra dati scientifici, buonsenso e, perché no, tradizioni.

Un bel bambino cicciotello rischia , quindi, di non essere più “il ritratto della salute” come ci hanno insegnato le nostre mamme e le nostre nonne. I bimbi obesi, infatti, hanno un rischio di nove volte superiore di essere obesi anche nelle fasi successive dell'infanzia, adolescenza ed età adulta.

Ma quali le cause e, soprattutto, quali i rimedi e quando iniziare delle strategie di controllo?

La scienza è ancora, purtroppo, ancora priva di dati incontrovertibili, le ricerche sono ancora poche e spesso contrastanti.

I filoni più accreditati sembrerebbero quelli che consigliano una vigilanza immediata della dieta del bambino per scongiurare il rischio ipernutrizione in età neonatale, e l’abbattimento di grassi e un deciso incoraggiamento dell’attività fisica quando i bambini crescono e durante l’adolescenza.

Ancora una volta, poi, sembra arrivare in aiuto proprio la naturalità legata alla dieta della mamma in gravidanza e in particolare l’allattamento al seno con latte materno.

Una ricerca ha provato che il glucosio materno è una delle maggiori fonti di energia per la crescita fetale e che il mantenimento di un basso indice glicemico aiuta a prevenire la nascita di neonati di peso eccessivo.

L’allattamento al seno e con latte materno, poi,oltre a fornire l’esatta combinazione di nutrienti, permette un’attenzione maggiore contro l’eccessiva nutrizione.

I neonati allattati al seno, dunque, hanno meno probabilità di avere un peso eccessivo perché le mamme risponderebbero alla loro richiesta naturale di cibo (piuttosto che ad una programmata) e ad istintivi segnali del neonato per smettere di mangiare quando è sazio, invece che dar loro una quantità determinata di cibo, incoraggiandoli a vuotare il biberon.

Si conferma quindi, aldilà delle tabelle di crescita stilate dagli organismi internazionali, che per una corretta crescita, anche futura, dei bambini, si debba da subito stare attenti alla dieta corretta e non si debba trascendere in eccessi, spesso dettati da un’eccessiva apprensione.