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mercoledì 20 maggio 2009

Il Rooming-in

Subito dopo la nascita, madre e bambino vengono spesso separati, non tenendo in considerazione che la maggior parte delle interazioni che influenzeranno il neonato è in stretta relazione al tempo che trascorrerà con la propria mamma.
Infatti, un contatto precoce fra una mamma ed il suo bambino, influenzerà positivamente il rapporto mamma-neonato, il processo di attaccamento, il successo dell’allattamento al seno e soprattutto aumenterà la capacità di affrontare situazioni stressanti.
La mamma, inoltre, con i suoi batteri, permetterà una colonizzazione batterica utile al bambino per difendersi da eventuali malattie.

Cos’è il Rooming-in?

Con il termine Rooming-in, si intende la possibilità che si dà alla mamma, dopo il parto, di poter stare insieme al suo bambino nella stessa stanza per il periodo di tempo più lungo possibile durante la giornata (quindi sia di giorno che di notte), a partire dal momento in cui la madre risulti in grado di rispondere alle esigenze del suo bambino.
Ovviamente, gli unici momenti in cui madre e neonato vengono separati, sono quelli strettamente necessari alle procedure assistenziali da parte del personale medico e/o infermieristico, i quali hanno l’importante compito di non essere troppo invadenti e lasciar quindi esprimere a mamma e bambino le loro innate risorse per affrontare insieme i primi momenti di intimità dopo il parto.

E' importantissimo che la madre venga sostenuta e guidata dal personale infermieristico, sempre con moltissima discrezione, nella presa in carico del bambino, specie nei casi in cui le condizioni personali e/o cliniche materne e del bambino, non le permettano una precoce gestione autonoma del figlio.
Secondo un'accezione allargata di Rooming-in, si possono includere nella stessa stanza anche il padre ed altri membri della famiglia; in questo modo, quando la madre non è disponibile, il padre od un altro strettissimo familiare, può occuparsi della cura del neonato.

Aspetti positivi

Indubbiamente il Rooming-in consente di dar seguito a quella stretta unione, una simbiosi durata 9 mesi, di cui non solo il bambino ma anche la mamma hanno bisogno per entrare in contatto fin da subito e a lungo.

Inoltre accudire da vicino e il prima possibile il proprio figlio, significa prendere subito confidenza con i piccoli problemi quotidiani (suzione, allattamento, cambio pannolino, etc.) e risolverli quindi con maggiore facilità, anche grazie al personale infermieristico ed ostetrico che risponde alle richieste della mamma stessa.

Un'altra caratteristica positiva del Rooming-in è quella di poter contare sulla capacità materna di rilevare precocemente nel neonato le manifestazioni proprie dei comuni disturbi dell'adattamento neonatale e segni di allarme di eventuali patologie. In questo modo, infatti, si potrà tempestivamente intervenire.

Infine, il Rooming-in viene suggerito come modello organizzativo valido a promuovere l'allattamento al seno, in quanto sono favorite le poppate a “vera domanda” (ovvero quelle di cui il neonato ha realmente bisogno), riducendo il bisogno di eventuali supplementi di liquidi diversi dal latte materno, potendo inoltre rappresentare un'utile periodo di profonda conoscenza fra madre e neonato.

Quanto deve durare il Rooming-in?

Ogni mamma è libera di scegliere se praticare e quanto deve durare il Rooming-in; infatti, non esistono regole, né imposizioni da parte del personale sanitario.
Certamente, però, per il neonato è provato scientificamente che più tempo passa con la sua mamma e meno viene confuso da stimoli sensoriali diversi: basti pensare infatti che ogni bambino alla nascita ha, ad esempio, un olfatto molto sviluppato (riconosce l’odore della mamma e del latte materno) ed ha un campo visivo ristretto a 20/30 centimetri, che è la distanza tra gli occhi della madre e quelli del bambino quando questi è attaccato al seno.

Il “nido aperto”: una valida alternativa

Una buona alternativa alla pratica del Rooming-in consiste nel nido aperto: i locali della nursery diventano accessibili in qualsiasi momento alla mamma e al papà, diventando un luogo ideale per il contatto prolungato tra genitori e neonato.
Il nido aperto permette di acquisire, con l'aiuto del personale medico ed infermieristico, esperienza e pratica nella gestione del proprio neonato (igiene, medicazione del cordone ombelicale, allattamento). Presenta il vantaggio di consentire alla madre, quando lo desidera, alcuni momenti da dedicare al riposo e alla propria famiglia.

mercoledì 11 marzo 2009

Insonnia del bambino: perché il mio bambino non riesce ad addormentarsi?

Il bambino, nei primi mesi di vita, ha una percezione del sonno-veglia decisamente diversa rispetto a quella dell’adulto, in quanto non conosce ancora la differenza fra il giorno e la notte.
Il suo ritmo, infatti, è indipendente dall’ambiente ma è regolato dalle sue esigenze primarie come la fame e la sete. Di conseguenza, per i primi mesi, la mamma dovrà cercare di adattare i propri ritmi a quelli del piccolo.
Solamente più avanti, verso il quinto mese, il bambino inizierà ad adattarsi progressivamente ai ritmi esterni e a regolari abitudini che lo aiuteranno a concentrare il sonno nelle ore notturne.

Durante l’infanzia, però, può accadere che il neonato presenti difficoltà ad addormentarsi oppure abbia continui risvegli notturni. Questo accade perché nel lattante il sonno è un processo in evoluzione, perciò è molto facile che durante i primi mesi venga colpito da insonnia.

L’insonnia è un fenomeno molto diffuso fra i neonati. Generalmente si manifesta con l’incapacità del bambino ad addormentarsi o riaddormentarsi in maniera autonoma. La maggior parte dei problemi legati all’insonnia sono transitori e tendono a risolversi spontaneamente con il passare del tempo.
In questa situazione, cercate di non lasciarvi prendere dal panico o dall’angoscia e provate a comprendere le cause che portano il neonato a svegliarsi durante la notte, ma soprattutto sarà vostro compito rassicurarlo con comportamenti ed atteggiamenti che non lo facciano ulteriormente agitare.

Come si manifesta?

L’insonnia del neonato viene diagnosticata quando compare per almeno tre notti a settimana uno dei seguenti sintomi:

- difficoltà ad addormentarsi per un tempo indicativamente maggiore di 45 minuti
- risvegli multipli con oltre 30 minuti necessari per riaddormentarsi
- risvegli precoci

Esistono due tipi di insonnia: quella agitata e quella calma.
Nel primo caso il piccolo non riesce a stare fermo e si muove costantemente, mentre nel secondo caso è praticamente immobile con gli occhi aperti. Proprio quest’ultima tipologia è anche quella più grave, in quanto può nascondere una probabile malattia a livello psichico.

Quali possono essere le cause?

Durante il primo anno di età, non esiste un’unica causa da attribuire a questo disturbo, infatti possono essere molteplici, da fattori genetici a problemi di relazione bambino-genitori, da cause organiche a problemi psicosociali. Vediamo nel dettaglio le varie ipotesi:

- il neonato ha assunto cibo e bevande in quantità eccessive durante la notte: di conseguenza l’addormentamento iniziale e successivo ai risvegli notturni avviene solamente in associazione con eccessiva quantità di liquidi o di alimenti.

- piccole coliche durante i primi mesi di vita: l’insorgenza delle coliche potrebbe portare ad una disfunzione dei processi di maturazione del ritmo sonno-veglia; inoltre, nel periodo subito dopo la colica, si potrebbe instaurare un disturbo del sonno caratterizzato da risvegli multipli nel corso della notte oppure con riduzione della durata totale del sonno. Questo avviene in quanto questi bambini durante i primi mesi, sono facilmente irritabili e sensibili ai cambiamenti dell’orario di addormentamento, di conseguenza è importante praticare una corretta igiene del sonno

- disturbi di inizio del sonno per associazione: può accadere che il bambino associ il momento appena prima di addormentarsi a rituali fissi (presenza della mamma insieme a lui, una ninna nanna, una carezza), per questo se durante la notte si dovesse risvegliare e non ritrovare le stesse condizioni presenti al momento precedente dell’addormentamento, è improbabile che riuscirà a prendere nuovamente sonno

- allergia: il neonato potrebbe essere allergico alle proteine del latte o ad altri sostanze allergene alimentari. La sintomatologia è simile a quella delle coliche, con la differenza che scompare con la semplice rimozione dell’alimento

- lo stato emotivo della madre: madre e figlio vivono un rapporto simbiotico, quindi se la mamma sta vivendo un conflitto interiore, oppure non è serena, il piccolo se ne accorge e durante la notte non riuscirà a dormire serenamente. La mamma dovrà quindi agire in base a ciò che è meglio per lei, che di conseguenza sarà anche ciò che è meglio per il suo piccolo

- il caos: è probabile che il disordine e la confusione creata da troppe persone che si trovano in casa, oppure i continui spostamenti ai quali il bambino viene sottoposto, lo agitino a tal punto da non renderlo tranquillo

Cosa (non) fare?

Innanzitutto è importante conoscere i principi basilari di igiene del sonno dell’infanzia e soprattutto quali sono le comuni abitudini scorrette che possono instaurare o cronicizzare un problema di insonnia nei bambini, come ad esempio:

- cullarlo in braccio finché non si addormenta
- fargli il bagnetto prima di andare a letto, in quanto nel piccolo è uno stimolo eccitante
- somministrare tisane o camomilla prima di farlo dormire
- dare da bere o allattarlo durante l’addormentamento

Per migliorare il sonno del bambino spesso è sufficiente intervenire su queste abitudini di vita e sui fattori ambientali (il rumore, la temperatura e la luce nella stanza, ecc.), applicando i principi di igiene del sonno, ovvero:

- aiutare il bambino ad associare il sonno con il suo lettino
- mantenere costanti gli orari di addormentamento e risveglio
- mandare il bambino a dormire già sazio

In rari casi, può succedere però che il disturbo persista; in questi casi è opportuno prendere nota di qualsiasi comportamento insolito nel piccolo o dei cambiamenti che possono derivare dalla mancanza di sonno e parlarne con il pediatra o medico che saprà dare i giusti consigli.

mercoledì 4 marzo 2009

Allattamento al seno: consigli e suggerimenti per un dolcissimo momento!

L’allattamento al seno è il gesto più naturale e spontaneo per una mamma, in quanto sarà proprio il suo istinto a guidarla nella direzione giusta.
Allattare il proprio bambino è importantissimo, poiché gli assicurerà tutto ciò di cui ha bisogno per nutrirsi, difendersi da germi e batteri e soprattutto lo aiuterà a crescere seguendo un corretto sviluppo fisico, mentale, sociale ed emotivo.

Tutte le donne, salvo eccezioni particolari, possono allattare il loro bambino per almeno 4/6 mesi e, se lo desiderano, possono continuare finché il piccolo lo richiede, integrando al latte materno un’adeguata alimentazione solida.
Idealmente si inizia ad allattare già in sala parto e comunque è importante farlo entro le prime ore dalla nascita per stimolare la montata lattea e soprattutto per far assumere al bambino il colostro, liquido ricco di nutrienti particolari ed anticorpi.

Le regole generali

Relax: durante l’allattamento è importante essere rilassate e riposate, soprattutto nelle prime settimane dopo il parto; per questo, se possibile, richiedete l’aiuto del vostro compagno o di familiari.

Comodità: sia la mamma che il piccolo devono cercare di essere sempre comodi e rilassati, questo perché qualsiasi sia la posizione scelta durante l’allattamento, vi porterà a tenere il bambino vicino al seno per molto tempo. La comodità, quindi, è fondamentale! Inoltre ricordatevi sempre si proteggere schiena, braccia e gambe con adeguati sostegni, come ad esempio cuscini, poggiapiedi o braccioli.

Coccole: a volte può succedere che il bambino abbia sonno o magari sia un po’ agitato per vivere il momento dell’allattamento con il giusto relax. Per risvegliare il suo appetito, provate a coccolarlo con dolci carezze, vedrete che si calmerà e tornerà a mangiare serenamente.

Igiene del seno: un altro fattore importantissimo è mantenere il seno ben pulito, sia per evitare di trasmettere infezioni al bambino, sia per prevenire le ragadi. Per l’igiene locale, dal momento che il latte ha già un sufficiente potere antibatterico, vi basterà detergere il seno con semplice acqua e sapone ed asciugare poi delicatamente, senza usare salviettine intrise di detergenti intimi che tendono a rimuovere i grassi naturali della pelle e ad interferire con l’orientamento olfattivo del bambino verso la fonte del nutrimento.

Scegliere la posizione giusta

Si può allattare in diversi modi, ogni mamma piano piano troverà la sua posizione ideale.

Da sedute: scegliete una sedia, un divano o una poltrona, l’importante è che la vostra schiena sia sempre ben dritta. Adagiate il piccolo sul braccio, facendo in modo che la sua testa appoggi sulla piega del gomito in modo tale che non sia costretto a girare la testa per arrivare al seno. Infine assicuratevi che la sua schiena e la sua testa siano allineate.

Da sdraiate: se preferite mantenere una posizione sdraiata perché vi sentite affaticate oppure sentite dolore, per esempio, a causa dei punti di sutura in caso di parto cesareo, mettetevi sul letto distese sul fianco con l’aiuto di qualche cuscino. Fate sdraiare il bambino sul fianco e rivolto verso di voi, con la bocca all’altezza del capezzolo e sostenendolo.

Posizione "rugby": questa posizione, meno diffusa ma particolarmente indicata in caso di ingorgo mammario, è così chiamata perché il corpo del bambino viene tenuto sotto l'ascella della mamma con un braccio, mentre il capo è sostenuto con l'altra mano, proprio come un pallone da rugby.

Qualsiasi sia la posizione scelta, ricordatevi sempre di:
- tenere il bambino in una posizione laterale, rivolto con il suo pancino verso il vostro petto o la pancia;
- far in modo che il suo nasino sia all’altezza del capezzolo;
- sorreggere sempre la schiena del bambino e non la sua testa, per non tenerla bloccata in alcuna posizione;
- tenere il bambino molto vicino a voi, in modo che non debba aggrapparsi con la bocca al capezzolo rischiando quindi di danneggiarlo.

L’attaccamento al seno

Una volta trovata la posizione più adatta a voi, portate il piccolo al seno e mai viceversa: infatti, quando avrà la percezione del capezzolo vicino al suo viso, gli verrà naturale attaccarsi all’areola.
Offrite il seno al bambino tenendo il dito indice al di sopra dell'areola, in modo da impedire che la mammella poggi contro il suo naso, ed il dito medio al di sotto, in modo da far protendere maggiormente il capezzolo.

Durante l’allattamento, ricordatevi di non utilizzate gli stessi movimenti dell’allattamento al biberon, in quanto rischiereste di aumentare la difficoltà del vostro bambino di aggrapparsi alla mammella. Inoltre, non preoccupatevi di tenere il nasino del piccolo libero, poiché se è ben posizionato, vedrete che respirerà senza fatica; infatti, se userete le mani con lo scopo di aiutarlo a respirare, si rischia di modificare la forma del seno e diminuire quindi la sua presa.

Infine, per capire se il vostro bambino è attaccato al seno in modo corretto, possiamo suggerirvi alcuni piccoli accorgimenti:
- il suo naso e il suo mento toccano il seno
- la sua mascella si muove fino all’orecchio
- la sua bocca è ben aperta e ha le labbra rovesciate in fuori senza succhiarsi il labbro inferiore
- tra le labbra del bambino ed il vostro seno, si intravede la sua lingua
- il piccolo comprime leggermente l’areola senza fare sforzo con le labbra e la bocca
- non provate dolore

Ad ogni pasto, attaccate il bambino ad entrambe le mammelle, iniziando dal lato che è stato utilizzato per ultimo nella precedente poppata, per circa 10-15 minuti da un seno e 10-15 minuti dall’altro.

Quando allattare e quante volte?

I neonati, nelle prime 24 ore di solito, dormono moltissimo e mangiano poco, anche solo 2 o 3 volte; solo tra le 24 e le 72 ore di vita iniziano a sentire fame più frequentemente e talvolta può capitare che mangino anche 13 volte al giorno!
Se il bimbo chiede spesso il latte, è perché ne ha bisogno e non per vizio. Inoltre, l’elevata frequenza delle poppate nei primi giorni di vita consente non solo a madre e figlio di attuare un’utile pratica in attesa della montata lattea, ma anche di anticipare quest’ultima di 12-24 ore: la suzione, infatti, è il più potente stimolo alla produzione di latte.

Il numero delle poppate non deve essere rigido: all’inizio, infatti, si consiglia indicativamente di allattare il bambino a richiesta, circa 6-7 volte al giorno nella prima settimana per poi arrivare a 5-6 volte dal primo al terzo mese con intervallo notturno per concedere un sufficiente riposo alla madre.
Infine, ricordatevi sempre che orari e quantità vengono spesso stabiliti dal bambino in grado di autoregolarsi in base ai suoi bisogni ed alle sue necessità.

martedì 3 marzo 2009

Dieta e allattamento: un legame imprescindibile!

L’importanza dell’allattamento al seno è una delle recenti ri-scoperte di mamme e pediatri, che sottolineano quanto questa pratica abbia notevoli risvolti sulla salute e sull’equilibrio psico-fisico di neonati e bambini.
L’allattamento al seno permette il passaggio di tutti i principi nutritivi, necessari alla crescita sana ed equilibrata del bambino, e di tutti quegli anticorpi fondamentali per la costruzione di un sistema immunitario forte e completo.

Il latte materno è direttamente collegato, aldilà delle credenze popolari, al nutrimento della mamma, ed è per questo che non si può prescindere da una corretta, sana ed equilibrata alimentazione.

Il fabbisogno energetico
Dobbiamo ricordarci che una donna che allatta, inevitabilmente, richiede un fabbisogno energetico maggiorato proporzionalmente alla quantità di latte prodotto.
Il valore energetico medio del latte umano è di 65-70 kcal/100 g. e quindi mediamente si può affermare che una donna che allatta richieda almeno 500 kcal in più rispetto ad una donna che non allatta.

Non è (sempre) vero che
Parlando di alimentazione e allattamento, per iniziare si possono sfatare alcuni luoghi comuni che rischiano, quando non danneggiano mamma e bambino, di accrescere lo stato ansioso attorno a questa naturalissima pratica.
Insomma, non è vero che:
occorre che la madre si preoccupi di bere oltre la sete che sente, infatti, il rene della madre è capace di risparmiare acqua, riducendone il volume emesso con le urine
vi sono alimenti che «sciupano» il latte, alcuni, in realtà possono dare un «sapore» diverso al latte, abituando così il bambino a diversi sapori, che il bambino potrebbe anche apprezzare.
esistono alimenti che «fanno latte», è il mangiare correttamente che fa lavorare bene la ghiandola mammaria. Inutile quindi, bere grandi quantità di latte o di birra (in questo caso bisogna non sottovalutare il suo contenuto alcolico, realmente dannoso per mamma e bambino)
se non si seguono orari rigidi si rischia di dare cattive abitudini o di danneggiare lo stomaco del bambino.
il bambino non sappia regolarsi da solo
se il bambino non fa il ruttino, è segno che non ha digerito (il ruttino è solo il rumore della fuoriuscita dell'aria nello stomaco, non ha niente a che vedere con la digestione!)

Di cosa si dovrebbe limitare o evitare l’assunzione?
Sfatati i luoghi comuni e ribadito il fatto che una dieta equilibrata e variata va bene non solo durante l’allattamento ma sempre nella vita di ogni individuo, in questo particolare periodo si può dedicare maggiore attenzione ad alcuni alimenti evitandone altri.

spezie e aromi particolarmente forti, in maniera continuativa, oppure aglio, acciughe, ketchup, asparagi, cipolle, curry, gorgonzola, peperoni, zenzero e spezie piccanti, possono conferire un sapore altrettanto forte al latte che potrebbe infastidire il piccolo allontanandolo e limitando la “voglia” di assumerne.
alcuni tipi di carne insaccata e selvaggina, crostacei e molluschi, uova o carne conservata (spesso ricca di nitriti e nitrati, potenzialmente pericolosi per il bambino) dovrebbero essere assunti con moderazione.
fagioli, frullati, lieviti e latticini o le bevande gasate (da evitare anche perché spesso contengono caffeina o altri eccitanti che danneggiano il neonato) per evitare la formazione di gas nello stomaco che provoca le famose “coliche” dei piccoli.

Per evitare possibili reazioni allergiche (specie se in famiglia ci sono già persone sensibili) andrebbero evitati:
• fragole, agrumi, banane, ananas, lamponi, avocado • pomodori, spinaci, fecola di patate • arachidi, noci, nocciole, mandorle • fave, piselli, ceci, lenticchie, fagioli • albume, formaggi, yogurt, lievito di birra • cioccolato, insaccati, alimenti in scatola, dadi per brodo • crostacei, frutti di mare, pesce conservato

Ma allora cosa si mangia?
L’allattamento deve prevedere, come detto, un aumento dell’apporto nutrizionale nella dieta
della mamma, dunque, fatta memoria degli alimenti da evitare, non occorre lesinare in proteine, carboidrati fibre e vitamine!
latte e latticini saranno fondamentali per l’apporto di calcio, fosforo e vitamina A.
pesce, uova (laddove non ci siano allergie particolari) e carne contribuiranno invece a coprire il fabbisogno di acidi grassi ed amminoacidi essenziali, ferro, minerali e alcune vitamine.
frutta, verdura, legumi e cereali contribuiranno, infine, a completare il quadro nutrizionale, soddisfacendo le richieste di fibre, vitamine e oligoelementi.

Maggiore attenzione agli zuccheri ricchi di calorie, ma non di valori nutrizionali.
Alimenti freschi o surgelati, ma preparati con metodi di cottura semplici evitando intingoli, fritture e grigliature (tanto più nocive quanto maggiori sono le parti carbonizzate dell’alimento) e condendo tutto con oli vegetali da consumare a crudo.

Infine anche se non è corretto sottoporsi a sforzi per apportare liquidi, l’assunzione di acqua a forte carica calcica è consigliata durante tutto il periodo della gravidanza e dell’allattamento, assumendo almeno 2 litri di acqua al giorno.

Una piccola notazione per incoraggiare e rincuorare le mamme nostrane: la dieta mediterranea, oltre a prevenire e proteggere da ipertensione, diabete, obesità e tumori, è indicata per le donne in gravidanza e durante l’allattamento per il suo forte apporto di minerali e vitamine.
Cereali, frutta, verdura e olio d’oliva che caratterizzano la dieta mediterranea, ricca di composti antiossidanti e di vitamine C ed E avrebbero, appunto, importanti effetti antinfiammatori sia per la mamma che per il nascituro anche nei confronti di allergie, riniti allergiche e asma.

Insomma, aldilà dei piccoli consigli qui riportati, durante la gravidanza, l’allattamento e la crescita dei nostri bambini, occorre ricordare che sono fondamentali tre cose: un costante controllo medico, senza per questo cadere in un’ansia ipocondriaca, il confronto con chi ha più esperienza, come altre mamme e l’istinto innato delle neo-mamme, che in virtù del loro speciale legame con il bambino riuscirà a valutare anche le reazioni legate al cibo e quindi ad adeguare la propria dieta.

martedì 24 febbraio 2009

Crosta Lattea

Crosta lattea è il nome comune della dermatite seborroica, molto diffusa tra i neonati (da non confondere con la dermatite atopica).

Le cause e origine specifiche di questo disturbo ancora non sono del tutto chiare, lo stesso nome fa capire come in passato si credesse questo fenomeno legato all’alimentazione del neonato piuttosto che a sollecitazioni ormonali che portano all’eccessiva produzione di sebo (grasso).

Questo tipo di eczema si manifesta con una desquamazione grassa di colore giallastro, molto simile alla forfora fin dalle prime settimane di vita, ma può anche insorgere, in modo assai fastidioso, verso l'undicesimo anno di età.
Le zone interessate sono solitamente il cuoio capelluto, la regione gabellare, ovvero la zona delle sopracciglia, il centro del volto e le zone dietro l’orecchio.
Alcune manifestazioni possono esserci anche nella zona inguino-anale, probabilmente collegate alle possibili irritazioni da urine e feci frequenti nei neonati.

La crosta lattea regredisce spontaneamente nel giro di poche settimane o mesi, non comporta prurito o altri problemi per la salute del bambino.

Per pulire il piccolo durante la manifestazione e la presenza delle crosticine e squamette tipiche della crosta lattea, è utile ammorbidire le crosticine stesse, presenti nelle zone interessate, con prodotti per bambino emollienti, dell’olio, consigliato quello di mandorla, o una soluzione di bicarbonato (un cucchiaino per 250 ml di acqua bollita) massaggiando lievemente l'area affetta (più frequentemente la testa) e rimuovendo le squamette con un pettine a denti stretti e un batuffolo di cotone.

Nei bambini più grandi si può utilizzare uno shampoo antiseborroico al solfuro di selenio, allo zolfo o all'acido salicilico.
Dopo l'asportazione delle squame, potrà essere utile l'applicazione di pomate all'idrocortisone allo 0,5-1%, due o tre volte al giorno. Se sono presenti lesioni delle pieghe, si può procedere a dei lavaggi delle zone colpite con una soluzione acquosa al 5% di ipoclorito.

Ricordiamo che la crosta lattea non deve essere considerata come una malattia, va tenuta in considerazione e affrontata con l’uso di prodotti specifici e trattamenti mirati, ma non è riconducibile all’igiene del bambino, per cui, mamme e papà non hanno nulla da rimproverarsi per le loro cure!

lunedì 12 gennaio 2009

Facce da Facebook!

In questi giorni il social network più famoso del mondo è al centro dell’ennesima polemica “tutta interna” tra chi su Facebook racconta orgogliosamente quasi tutto di sé e i gestori stessi del sito, diventati loro malgrado una sorta di tribunale per la difesa del pubblico decoro sulla Rete.

Il caso è molto semplice, ma apre, come spesso succede con tutto ciò che riguarda Internet, domande sulle quali non si riflette, forse, mai in maniera troppo approfondita.
Nei giorni passati, gli amministratori hanno preferito oscurare alcune foto di mamme che allattano al seno i propri piccoli perché, hanno detto, immagini che escono dai parametri di ammissibilità del sito stesso.
Qual è il problema? Uno tra i gesti più teneri e affettuosi del mondo (nonché, secondo l’OMS, uno tra i più sani e salutari per i neonati) non è scandaloso in sé, ma l’immagine del seno materno và contro la politica di non pubblicare immagini di parti intime scoperte adottata dal social network.

Alcune mamme statunitensi hanno persino accusato FB di ostacolare la diffusione della pratica dell’allattamento al seno che, invece, deve essere pubblicizzata e promossa.
In Italia, dove invece l’allattamento al seno è ancora molto diffuso, gli interrogativi maggiori hanno riguardato la privacy e il pudore, estendendo le riflessioni su quanto sia opportuno o meno pubblicare foto dei propri piccoli sui propri spazi web.
Quando un gesto dettato dall’affetto, dalla voglia di voler condividere tenerezze e momenti divertenti o particolarmente dolci vissuti con i propri figli, deve essere limitato per paura delle insidie che si possono nascondere nel web?
Si deve, poi, cedere a queste paure o, sempre con molto buonsenso, si può stare tranquilli e condividere i propri momenti con chi ci sta vicino (o lontano) anche attraverso i social network?

Ci stiamo pensando anche noi e così vogliamo condividere con voi le nostre riflessioni anche con un sondaggio:
“E’ giusto pubblicare le foto di bambini sui propri spazi web?”

Diteci la vostra anche lasciando un commento e raccontateci se e cosa pubblicate dei vostri piccoli.